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L'angolo della memoria

Luigi M. Reale - Presentazione di
Anna Maria Trepaoli
Oltre la vita. Giovanni Cancan nelle lettere, nei ricordi, nelle testimonianze

(Perugia, Guerra Edizioni, 1997)

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Perugia, Palazzo Cesaroni (Consiglio Regionale dell'Umbria), Sala Partecipazioni, 17 settembre 1997, ore 16.00
, a cura dell'Associazione Culturale "La Postierla"    (leggi)

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Testo rielaborato per la cerimonia in ricordo di G. Cancan, Villar San Costanzo, Sala Parrocchiale, domenica 28 giugno 1998, ore 11.30, e amplificato per il Convegno “G. Cancan. Incontro con la memoria storica di un giovane prigioniero di guerra ed educatore”, promosso dal Comune di Saluzzo, Teatro Politeama Civico, venerdì 23 aprile 1999, ore 10.00    (leggi)
Anna Maria Trepaoli, Oltre la vita (copertina)

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1. Per chi, come accade a noi perugini, viva a contatto con i segni d’un passato millenario, la storia (quasi inscritta nel corredo genetico d’ognuno) è la coscienza dell’identità comune. Mi chiedo sempre come possano gli adolescenti, alimentati dall’oggi e da un miraggio di futuro, guardare a quest’oggi e al futuro senza coscienza storica? Non dico della storia trionfale, ma di quella giornaliera, umile e splendida, stremante ed esaltante.

Simili considerazioni mi sollecitavano già durante la lettura del dattiloscritto di questo libro. Di questa storia permane qui traccia. In questo, che in altri anni, si sarebbe anche detto un libro pedagogico: ed in effetti tale è, non per quanto abbia di educativo, di esemplare e paradigmatico, ma per quel rapporto-alla-realtà, alla disperazione e all’entusiasmo.

La storia di Nino, raccontata per specula, recuperata dal dettaglio di una fotografia (si veda, nella prima, il suo viso bambino, sfiorato da “una piuma di malinconia”), icona fortunosamente sottratta alla dispersione, dal brano di una lettera – quell’epistolario, a cui resta affidata la memoria diretta di Nino (giovanissimo, tra i ventidue e i venticinque anni) e dal quale, in maniera incomparabile, si afferma il valore profondo dell’amicizia: è ai brani di quelle lettere che, terminata la lettura, ricorre più  spesso la mente –, risorgente dai ricordi e dalle testimonianze, che s’intessono con naturalezza entro una trama, cui la sensibilità poetica dell’autrice ha saputo accordare una speciale dimensione lirica.

2. La meridiana – quella del Santuario di Valmala, il cui quadrante campeggia in copertina – ci indica (segno e simbolo del tempo) il periodo della vita, il varco oltre la vita. Colei che – ineccepibile medium – ha restituito voce e presenza a un estinto (anzi ne attua, capitinianamente, la compresenza), ha superato il traguardo che distingue l’effimero dall’immutabile.

La biografia di Giovanni Cancan (che, con affetto familiare immediatamente trasmesso a chi legga), si appella ‘Nino’, ha un superiore requisito, di aderenza alla realtà e però di istantaneo trasalimento.  Dall’infanzia e adolescenza a Vilar, Cuneo e Mondoví,  agli anni universitari a Torino, lungo il travaglio della guerra e della prigionia, alla sua laboriosa giornata di insegnante a Saluzzo e Mondoví, a Perugia e Torino, la vicenda umana di Giovanni Cancan non è dissimile (sia pure in ciascuno differente) a quelle di suoi coetanei, trascorse attraverso esperienze insondate. Vicende che non partecipano una dimensione eroica, ma neppure rinunciataria, e che – se non straordinariamente – vengono oscurate dalla sparizione fisica dei protagonisti. Se non straordinariamente, dicevo, per eccezione. È quello che si è verificato, per animosa volontà di Anna Maria Trepaoli.  L’eccezione, ed eccezionalità, consiste nell’avere – per estrema tensione morale – conferito assolutezza al contingente. Eccezionali si rivelano d’altronde le circostanze medesime che hanno fatalmente promosso una ricerca di notizie e testimonianze, quasi per germinazione spontanea. Da traccia evanida a segno persistente: ecco il miracolo – in senso etimologico, l’evento mirabile – che si compie nel sottrarre all’“oscura ingluvie” “la storia di quelli che sono morti”  (prelevo liberamente l’immagine da due ‘prosimetri’ di Franco Mancini). 

Apprendere adesso che la cittadina polacca di Piechowice ha subíto una violenta alluvione, ciò comportando la cancellazione anche del patrimonio archivistico e la completa devastazione di quanto restava del campo di prigionia di Petersdorf, conferisce a questo libro un assoluto valore testimoniale: “ultimo quasi rifugio” (direi con il Leopardi della Ginestra) alla “lenta erosione che il tempo edace su di noi esercita”.

Leggendaria davvero, la tenacia con cui Anna Maria Trepaoli ha percorso i sentieri dell’ignoto.


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1. “Noi superstiti siamo tutti delle eccezioni per definizione, perché in Lager si moriva. Chi non è morto è perché è un miracolato in qualche modo: è un’eccezione, è un caso singolo, non generico, anzi totalmente specifico” (P. Levi, Intervista a G. Grassano del 17 settembre 1979, in G. Grassano, P. Levi, La Nuova Italia, Firenze 1981, p. 4).

Ho prescelto questo brano di un’intervista a Primo Levi, perché mi pare senz’altro che su questa base possano saldamente poggiare un paio di considerazioni sul nostro tema: “vita e ideali di Giovanni Cancan”.

La mia presenza qui è dovuta all’affettuosa sollecitazione di Anna Maria Trepaoli, che mi ha persuaso. Il consigliere Bottero ha dato già notizia della grande festa perugina del trascorso settembre, per cui doppie onoranze giustamente si tributano al vostro concittadino, del quale fieramente avete pronunciato e pronuncerete il nome, con quella fierezza nel ricordo degli uomini valorosi, che è propria all’indole dei piemontesi.

Per ragioni d’età, all’anagrafe, non posso certo rendere una testimonianza in prima persona, come in vario modo hanno fatto coloro che mi hanno preceduto; ma proprio questo mi sembra importante, che manchi, sia mancata, a me la partecipazione emotiva, che forse può comportare (anzi quasi sempre comporta) qualche sia pure benevola alterazione del vissuto. Sicché la mia posizione attuale è insomma quella, se il paragone può convenientemente applicarsi, di chi guarda ad un punto lontano con l’aiuto di un cannocchiale: la distanza del tempo, che ci separa da colui che oggi ricordiamo, è resa d’altronde per tutti minore, e direi neutralizzata, da questa biografia che Anna Maria Trepaoli ha saputo scrivere, dopo pazienti ricognizioni, con animo davvero ispirato.

Questo è un libro che si raccomanda sicuramente in particolare agli insegnanti di scuola media come lettura per le seconde e terze classi: mi auguro, perché so che tra chi mi ascolta sono molti insegnanti e presidi, che il suggerimento venga accolto, offrendo così ai ragazzi un adeguato mezzo di riflessione su valori fondamentali nel percorso che ognuno si prepara ad affrontare nella vita privata e nell’incontro con gli altri, per la formazione di personalità consapevoli e libere: requisiti, di consapevolezza e libertà, che si acquistano soltanto con l’apertura a tutte le altre esperienze di vita, e il confronto assiduo e la valorizzazione delle differenze.

Limiterò la mia osservazione sul nostro tema a due punti focali: la memoria (come prerogativa essenziale dell’essere umano) e gli ideali (quei valori che ci vengono mostrati dalla biografia di Giovanni Cancan). Memoria significa conoscenza della storia, che è la coscienza dell’identità comune. Mi chiedo sempre come possano i più  giovani, alimentati dall’oggi e da un miraggio di futuro, guardare a quest’oggi e al futuro senza consapevolezza della storia? Non dico della storia trionfale, ma di quella giornaliera, umile e splendida, stremante ed esaltante. 

Simili considerazioni mi sollecitavano già durante la lettura del dattiloscritto di questo libro. Di questa storia giornaliera permane qui traccia. In questo, che è un libro della memoria, e che in altri anni si sarebbe anche detto un libro pedagogico: ed in effetti tale è, non per quanto abbia di educativo, di esemplare e paradigmatico, ma per quel rapporto-alla-realtà, alla disperazione e all’entusiasmo, che è un fatto eminentemente educativo: non si dà mai un messaggio educativo rappresentando soltanto tutto il bene o tutto il male, ma mostrando gli alti e bassi della vita.

La storia di Nino (come è affettuosamente chiamato il prof. Giovanni Cancan) viene recuperata dal dettaglio di una fotografia, dai ricordi e dalle testimonianze di chi lo ha conosciuto, ma soprattutto dai brani di quell’epistolario (le lettere inviate a Secondo Caggiati) a cui resta affidata la memoria diretta di Nino giovanissimo, tra i ventidue e i venticinque anni, e dal quale si afferma il valore profondo dell’amicizia, oggi ineguagliato e ineguagliabile: è ai brani di quelle lettere che, terminata la lettura, ricorre più  spesso la mente. Una biografia che è sintesi d’un periodo recente della nostra storia, e un caso specifico nel senso indicato da P. Levi: è così che perfettamente vediamo comporsi il cerchio della memoria.

2. Veniamo dunque al secondo punto su cui riflettere: i traguardi ideali. Pur non assumendo io una prospettiva religiosa, nel senso cioè di chi ha fede nella provvidenza e crede alla predestinazione (ma anche al libero arbitrio), mi accorgo comunque che, in talune circostanze, sembrano manifestarsi segni provvidenziali, indizî d’un progetto superiore, che inducono a intraprendere alcuni percorsi piuttosto che altri. È evidente che nell’impresa di Anna Maria Trepaoli si manifestino appunto tali segni e si diano tali indizî (da come si è compiuta la stesura del libro alla risonanza ottenuta nei lettori).

Nella vita di ciascuno di noi si sono verificati, e si verificano, incontri eccezionali: non intendo adesso quelli che segnano la nostra esperienza sentimentale, ma quelli che, certo insieme a quanti sollecitano la sfera affettiva, incidono con vigore sul nostro carattere, formano la nostra personalità adulta, ci dànno indicazioni fondamentali sul percorso da intraprendere. Per molti, specie delle trascorse generazioni, la prima presenza d’una importanza decisiva nella vita, nel passaggio dall’adolescenza alla maturità, era quella d’un insegnante che avesse sollecitato alle prime riflessioni e considerazioni d’una consistenza tale da modificare la maniera di pensare e di agire; tutti, insomma, abbiamo avuto ed abbiamo figure eminenti, stabili punti di riferimento a cui sempre ricorrere.

Questo, dunque, si è acquisito dalla conoscenza, attraverso la pagine di Anna Maria Trepaoli, della personalità di Giovanni Cancan, insegnante dal carattere ‘mite e fermo’: si è acquisito, in maniera permanente e con chiarezza inalterabile, uno stabile punto di riferimento, così che il ‘cavaliere dell’ideale’ non è più  anche il ‘cavaliere della solitudine’, ora che tutti partecipiamo della sua vicenda, facendone, nella confusione di questi tempi disorientati, il fulcro di un ritrovato equilibrio interiore.

 

 


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